Storia del Comune

La Storia

Anche Zerba fu abitata da tribù liguri che a lungo contrastarono la conquista di Roma. Una leggenda lega la sua fondazione ad un gruppo di disertori cartaginesi, che abbandonarono l’esercito di Annibale durante la discesa per queste valli, dopo la Battaglia del Trebbia.
Come già detto nella sezione dedicata ad Ottone, sarebbe questo il motivo della somiglianza tra alcuni toponimi tunisini e della Val Boreca (Chartago / Tartago; Zerba / Djerba o Zarzis; Suzzi / Sussie; Bogli / Bougie).
Si dice inoltre che il condottiero dovette salire sul Monte Lesima per orientarsi, tanto che un’antica mulattiera è ancora chiamata “Strada di Annibale”.
La storia di questo Comune, il più piccolo e il più alto della provincia, non si discosta da quello dei paesi limitrofi. Anche Zerba fu concessa ai Malaspina da Federico Barbarossa nel 1164. Nel XIII secolo il feudo entrò a far parte del Marchesato di Pregola, retto da un ramo della medesima famiglia insediatosi in Val Staffora.
I ruderi del castello, in particolare il torrione, restano a testimoniare questo periodo.
Durante il XIV secolo Zerba passò alla Camera Ducale che vi stabilì la famiglia Pinotti e, nel 1386, i Pozzi. Il territorio rientrò nei confini dei Malaspina nel 1404, e questi vi esercitarono il potere fino alla soppressione napoleonica del feudalesimo.
Un episodio drammatico funestò queste terre durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, una sera d’agosto, durante una festa sull’aia, una bomba causò la morte di 32 persone.
A quei tempi in Val Boreca si trebbiavano parecchi quintali di grano e si allevava molto bestiame. Nel dopoguerra iniziò lo spopolamento, tanto che oggi, in inverno, cinque degli undici villaggi della Val Boreca sono chiusi e le abitazioni per lo più sono seconde case, che i villeggianti e i valligiani emigrati per lavoro riaprono ogni estate.
Fortunatamente sono sorte alcune strutture ricettive che consentono ai turisti di godere della bellezza incontaminata di questa valle, i cui abitanti attendono l’istituzione del Parco della Val Boreca per garantire un futuro alla loro terra.

Da vedere

E’ senza dubbio la Val Boreca ha tutti i numeri per essere dichiarata “Parco”, perché il paesaggio montano qui è straordinariamente bello, coperto da una vegetazione che, generosamente, regala colori in ogni stagione; le montagne, ricche di acque limpide, sono coperte di praterie alte sopra i boschi, mentre, più in basso, non mancano gli strapiombi e le rive scoscese. Anche la rete sentieristica è ben conservata, particolare non trascurabile visto che il turismo qui si alimenta di trekkers.
Si tratta di una valle incastonata tra Emilia Romagna, Lombardia, Liguria e Piemonte, con un clima piuttosto mite malgrado l’altezza a cui si trova, poiché è circondata da alti monti che la riparano dai venti freddi.
Zerba e Vezimo sono adagiati sul fianco sud del Monte Lesima (1724 m); dalla parte opposta c’è il versante nord del Monte Alfeo (1650 m), ad ovest il Monte Carmo (1640 m) e il Monte Cavalmurone (1670 m) e, a nord-ovest, il Monte Chiappo (1700 m): sono tra i monti più alti dell’Appennino Piacentino, e danno vita a questa valle che, benché sia lunga solamente una quindicina di chilometri, è eccezionalmente profonda e spettacolare.
Entrando dalla statale 45 ci si trova tra il Monte Alfeo, a sinistra, e il Monte Lesima sulla destra. Il secondo è arrotondato e riconoscibile anche dalla statale 45 per il pallone che protegge il radar posto sulla cima; il primo ha una vetta più aguzza ed è solo apparentemente più ostile: la sua vetta – raggiungibile da Tartago con un percorso più lungo oppure dal versante opposto, partendo da Bertone, con una camminata più breve ma decisamente più faticosa – è infatti coperta da un grande prato.
L’escursione tra le frazioni della Valle è già stata proposta nella sezione dedicata ad Ottone.
Possiamo cominciare con una sosta a Pey per la visita del museo contadino (aperto tutto il mese di agosto). Troviamo inoltre il mulino, che insieme a quello di Zerba, è stato ristrutturato nel 2003 con il contributo della comunità montana.
Suggeriamo poi un percorso che parte da Capannette di Pej, dove si trovano insediamenti turistici.
In dieci minuti, sulla rotabile, si arriva a Capanne di Cosola (1445 m) e si prende il bivio per Bogli / Artana.
Dopo circa duecento metri, sulla destra, parte un sentiero in salita che conduce ai pascoli e, quindi, sul Monte Cavalmurone. Si cammina poi lungo il crinale, godendo di una meravigliosa vista sulla Val Boreca e passando sulle cime del Monte Legnà, di Poggio Riondino e del Monte Carmo. Da quest’ultimo si scende abbastanza velocemente a Capanne di Carega (1.367 m) e, a questo punto, si è a circa 3 ore e mezza di cammino dalla partenza. Si abbandona la strada asfaltata che conduce a Case del Romano: imboccando il sentiero tra boschi di faggio e praterie, si arriva al Monte Antola (1.598 m) sulla cui vetta c’è un rifugio privato non distante dalla croce.
Questa escursione, consigliata dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, comporta sei ore circa di camminata.